‘A cuntentezza vene da ‘o core

– Terminal 1 per favore. –

Il taxi corre tranquillo sulla Roma – Fiumicino. I prati sfrecciano fuori dal finestrino, arredati da gru che spuntano qua e là, dando vita al solito stage “work in progress”. Il tassista mi parla della maleducazione dei turisti e di quanto è pericoloso il turno di notte.

20161113_104037Rieccomi in viaggio. Il bello del mio lavoro è questo. Quando salgo sul taxi con il mio trolley mi sento felice. Ci sono solo tre posti nel mondo in cui io mi sento davvero felice. Serena. Libera. Rilassata e di ottimo umore: casa mia, la lounge di un aeroporto e la sala di un cinema.

Mi sto godendo questo tempo della mia vita che è assolutamente nuovo. I figli grandi e ormai autonomi. Affettuosi ma distanti allo stesso tempo. Un lavoro che prendo con le dovute distanze e del quale non mi porto più a casa le angosce. Un’autonomia totale che a volte sfiora l’autarchia e, quindi, la solitudine. Senza dare conto e ragione a nessuno. Senza dover spiegare nulla, senza sentirmi in difetto per come sono, senza dover tranquillizzare qualcuno. E per la prima volta non sento il bisogno di avere qualcuno accanto. Non sento la mancanza del messaggino mattutino del Buongiorno. Non mi sento “a metà”. Mi sento anzi completa nella gestione del mio tempo. Libera nella mia “non gestione”. Senza fare nulla di particolare.

duskNon esco quasi mai, non frequento feste o aperitivi rinforzati, non giro per locali, non amo i superalcolici. Passo spesso le serate sul mio terrazzo con un bicchiere di vino bianco freddo in mano e guardo il tramonto. Le ali dei gabbiani che si colorano d’oro, la forma delle nuvole. Dal mio terrazzo, sul mio divano bianco, ascolto i suoni della vita delle famiglie vicine. E’ estate. Le finestre sono tutte aperte. Arrivano le voci del telegiornale che mi rasserenano, non so perché. Voci antiche che sentivo dalla mia stanza quando ero piccola. Quando pensavo che tutto andasse bene. Rumore ovattato di posate verso ora di cena. Il rumore dell’acqua della fontanella sotto casa che accompagna la traiettoria degli aerei che vanno ad atterrare a Ciampino. Mentre sgranocchio taralli pugliesi penso che il tempo passa… e che sto così bene qui a casa mia che non sento alcun bisogno di andarmi a cercare la vita fuori. Per incontrare qualcuno devi uscire, muoverti, conoscere gente nuova… mi diceva una collega. …la vita non ti bussa mica alla porta, sai?

E perché no? Penso. Perché non può bussarmi alla porta? Magari mi innamoro de postino…

-Prego Signora, il gate è l’A 24, imbarco tra 40 minuti. Buon viaggio. –

Metto via carta di imbarco e passaporto e mi avvio alla Lounge dell’Alitalia. C’è un barista palermitano lì che mi fa ridere. Sorseggio il caffè accompagnato dal muffin mentre guardo tutti quei manager che si aggirano con il Corriere sotto al braccio e il cornetto in mano, eleganti nei loro pantaloni a gamba stretta e le giacche sciancrate, imbragati nei loro zainetti alla moda in cui mettono la loro vita in viaggio.

Mi piacciono gli uomini. Mi piace guardarli. Mi piace immaginare le loro vite, le loro mogli a casa oppure su un aereo diverso, i loro figli a scuola. Ne incontro tanti nel mio lavoro. Mi piace parlare con loro. Nell’immaginario collettivo l’uomo in viaggio per lavoro è sempre uno che ci prova con le colleghe, uno che se è gentile e spontaneo con te vuole solo portarti a letto. Ma non è vero. Almeno, non è quasi mai così. In genere invece sono solo uomini lontani dalle loro famiglie e anche un po’ stanchi morti. Mi parlano dei loro figli con entusiasmo, delle loro fidanzate con ironia, dei loro genitori anziani con tenerezza, dei loro capi con veleno, delle loro stanchezze con rassegnazione, dei loro sogni con adolescenziale speranza.

– Un altro caffè Signora? – Il barista palermitano sorride garbato. – Sì, grazie. – ricambio il sorriso. Mi gusto il secondo caffè e ringrazio Dio per quanto è bello lo stato di quiete interiore che ti pervade quando non sei in cerca di nulla.

20170515_071619Quando non senti la mancanza di nulla. Quando con fatica ti sei lasciato dietro le cose che non ti nutrivano più. Quando ti concedi di non dover più assolutamente salvare il mondo. Quando fai le cose senza aspettative ma solo per il piacere di farle. Quando sei contento con ciò che hai e di ciò che sei. Quando il tuo passato non gronda più di recriminazione e hai smesso di guardare il futuro in cagnesco. Quando hai accettato che il tuo presente lo hai cercato, scelto, voluto tu stesso e non un destino sgarbato. Uno stato di grazia. La quiete. Il centro. Quella cuntentezza che vene da ‘o core, come diceva Eduardo. Un’allegria euforica fatta di niente.

Saluto il barista, afferro il mio trolley, vado verso il gate a prendere il mio aereo. Vado, cuntenta, verso il futuro.

Spero solo che duri anche domani.

2 pensieri riguardo “‘A cuntentezza vene da ‘o core

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