La Prima Stella del Mattino

Arrivati ad una certa età ci accorgiamo che abbiamo cominciato ad accettare, e addirittura spesso ad amare, tutto ciò che fa parte di noi.

Se abbiamo lavorato su noi stessi, e se abbiamo lavorato bene, arriviamo ad accettare e a coccolare anche i nostri limiti, le nostre debolezze, i nostri lati oscuri anche se spesso ci precludono possibilità e ci rendono difficili alcune relazioni. Ma siamo Noi. audrieLa persona unica che siamo. Che ci è stata sempre vicino, ininterrottamente, nel bene e nel male, siamo noi stessi. Quella persona che ci ha sostenuto, che non si è mai allontanata, che ci è stata sempre a sentire, che ci ha coccolato, tirato su, dato la forza, gioito con noi, rimproverato, motivato, spronato, consolato o preso a calci, siamo noi stessi. Più di chiunque al mondo, per forza di cose.

Ad una certa età arriviamo a vivere il nostro modo di essere, qualsiasi esso sia, come una conquista sudata e pagata. Arriviamo a intravedere la ricchezza della nostra totalità, a provare gratitudine verso noi stessi, a ringraziare per quello che siamo e che siamo stati e a capire che, tutto sommato, ci piacciamo davvero così. Facciamo i conti della nostra vita, come ragionieri pignoli e spietati con la partita doppia, scoprendo ogni volta con sollievo che il conto, a meno di non essersi imbattuti in grandi cataclismi, è comunque in attivo.

Nei nostri giovani anni pieni di energia abbiamo portato avanti le nostre lotte per crescere, per modificarci, per adattarci, per espanderci, per diventare ciò che la società, il partner, l’azienda, la famiglia ci richiedeva di diventare, spesso sentendoci in affanno, andando in debito d’ossigeno, cercando sempre di far quadrare i conti tra i mezzi /opportunità che la vita ci metteva a disposizione e il traguardo che volevamo raggiungere. Un compito duro, un adattamento giornaliero, un lavoro di calibratura impegnativo e sfibrante.

Arrivati ad una certa età, ci possiamo riposare. Possiamo trovare la grazia in noi stessi. Ci alziamo una mattina e specchiandoci ci sorridiamo, scoprendo che ci possiamo voler bene semplicemente solo per ciò che siamo. morningstarSe siamo arrivati dove siamo arrivati non saremo poi così male, no? Che bisogno c’è di continuare la lotta per “cambiare”? Perché continuare a focalizzarsi principalmente su “cosa potrei diventare” e non fermarci invece a godere di “ciò che sono diventato”? Scopriamo che possiamo e dobbiamo  rispettare i nostri tempi, le nostre inclinazioni, i nostri bisogni, scopriamo che è possibile cambiare i termini di definizione e considerare ciò che prima erano le nostre “stranezze” come “meravigliose e  personalissime  “peculiarità”. E questa scoperta è improvvisa e luminosa come un’Epifania. E la sua luce è limpida e indimenticabile  come quella della prima stella al mattino.

Il bello di essere arrivati a una certa età è il non avere più traguardi, non avere più obiettivi segnati sulla tabella di marcia. Anzi, dismettere quella foga spasmodica di rispettare la tabella che ci distoglie spesso dal goderci la marcia. Non avere traguardi non vuol dire non avere sogni. Significa solo smettere di correre per riuscire a tagliare il nastro. Smettere di pensare che la nostra serenità dipenda dal riuscire a tagliare quel nastro. Significa riuscire a sognare basandoci su quello che siamo e non su quello che vorremmo diventare.

Significa accarezzare col pensiero, con una specie di saggia gratitudine che viene da una certa età, tutto ciò che nella nostra vita ci è capitato. Anche i dolori. Soprattutto i dolori. E’ facile accarezzare la gioie. Ma quando impariamo ad accarezzare i dolori abbiamo fatto strike, perchè loro, come cuccioli ubbidienti e bisognosi di calore, come per incanto smettono di essere dolori e diventano, semplicemente,  compagni di viaggio.

Buon Anno Nuovo a tutti.

“C’è dolore e dolore. Il dolore del rancore è un dolore violento, rabbioso aggressivo, un dolore che fa scattare in piedi ed afferrare le armi per brandirle contro “il nemico”, è un dolore che respinge quel nemico, che ti allontana da lui. Non è quello il tuo dolore antico.

Il tuo dolore antico è quello del rimpianto. Il dolore del rimpianto è languido, nostalgico, quasi pacato, un dolore che ti fa abbandonare su una poltrona prendendoti il viso tra le mani e piangere. E in quel pianto cerchi col pensiero il “tuo nemico” e ti avvicini a lui.

Ecco il tuo dolore antico. Non è un dolore che consuma come l’altro, amore mio, è un dolore che fa compagnia. E’ un dolore senza speranza di cambiamento, senza progettualità, senza visione del futuro. E’ un dolore che viene e che va, che non lascia traccia quando ti lascia, se non la silente promessa che tornerà. E ti saluta con un sorriso, grato per averlo accolto ancora una volta, per non averlo respinto, per averlo vissuto senza odiarlo.

E tu sai che tornerà portando con sé l’immagine del tuo “nemico”. E tu lo accoglierai come hai sempre fatto, vivendolo come parte di te. Ci vuole coraggio a saper soffrire, amore mio. Quante cose non so di te.”

Tratto da: Cercami in un Aquilone. A.Puglielli, (2009)

 

 

 

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