Come il sale

Alexander Pope diceva che errare è Umano e perdonare è Divino.

Ma forse, se perdonare l’altro è Divino, per perdonare sé stessi bisogna essere ancora più Divini.

Tutti noi abbiamo fatto nella nostra vita delle scelte che hanno procurato dolore a qualcun altro. Ma ad alcuni “è capitato” di far scelte che hanno portato dolore non solo ad altri, ma soprattutto a loro stessi. Una scelta avventata. Una scelta poco etica. Una valutazione risultata poi sbagliata. Una scelta di pancia. Chissà. Ognuno ha la sua. E non resta che imparare a conviverci. Niente si cancella. Ci sono scelte dalle quali non si torna indietro.

Non resta che imparare a trasformare il dolore in incudine e la vergogna in martello per forgiare la nostra anima e cercare di darle la forma della persona che vorremmo 20170518_150309diventare da lì in poi. Sembra facile a parole, ma credo sia la lezione più difficile che un essere umano sia chiamato ad imparare. Ci vuole umiltà per guardare lucidamente al rimorso in tutta la sua miseria. Credo ci voglia una grande, gigantesca forza per sopportare il rimpianto e la vergogna, sia davanti alla comunità che davanti alla propria coscienza. A tutti noi piace “uscirne puliti” agli occhi del mondo Essere vittime compatite e comprese piuttosto che carnefici è più facile perché la posizione di parte lesa giustifica, in buona parte, le nostre responsabilità nelle vicende e oscura in qualche modo i nostri lati meno sinceri e meno trasparenti.  “I carnefici” invece non hanno appigli. Sono soli, nudi e giudicati dal giudice interiore che, suppur talvolta ben nascosto, bisbiglia in tutti noi e alla fine  condanna ad una cella d’isolamento dell’anima. Certo, la loro vita continua, con il tempo riconquistano un equilibrio sociale e psichico, ma qualcosa di fastidioso rimane dentro a disturbare i sogni e i ricordi. Qualcosa rimane lì ad offuscare l’immagine che loro stessi hanno del proprio sé. (foto: Eastern State Penitentiary, Philadelphia)

Sarà forse per questo che non riesco ad essere mai totalmente severa con loro, perché in qualche modo ne riconosco la grandezza inconsapevole. Gli riconosco il coraggio di aver scelto, più o meno consapevolmente, di portare sulle spalle il peso di un’immagine “macchiata” di sé stessi che ogni tanto punge e trafigge come l’artrosi. Guardo a questi macchiati con una morbidezza di fondo, pregando Iddio di non dover mai nella vita ritrovarmi tra le loro fila.

Ma, a ben pensare, qui il Padreterno c’entra poco. Dipenderà forse, purtroppo o per fortuna, solo da me.

“-Io avevo tutto quello che un uomo poteva desiderare dalla vita. –

Ernesto spostava il vino all’interno della bocca da una guancia all’altra, in modo discreto, per assaporarne il gusto.

-O meglio… avevo ciò che la maggior parte del mondo avrebbe descritto come tutto quello che un uomo può desiderare dalla vita.–

-E che è successo? –chiese Miàl

Seguì un lungo silenzio. Il mio cuore batteva forte.

-L’ho buttato. – silenzio.

-Sapevo il rischio che correvo ma non mi sono fermato lo stesso. Come un treno in corsa che non riesci a fermare in tempo… Sapevo che stavo rischiando di perdere la cosa più bella che avevo avuto nella vita…eppure non mi sono fermato. –

-Non hai rimpianti? –chiesi timidamente.

Il suo viso si distorse in una smorfia.

-Rimpianto non è la parola giusta. E’ troppo blanda. – prese un altro sorso di vino dolce.   –E’ un dolore ovattato in fondo allo stomaco, che è entrato a far parte di me, è una presenza invisibile che si sveglia con me, cammina, si lava, lavora e si addormenta con me. Tutti i giorni, la sua voce è la prima cosa che sento al mattino e l’ultima la sera che sento quando chiudo gli occhi. Una specie di piccolo morso allo stomaco, sopportabile ma continuo. –

-Più che morso sembra rimorso… – Miàl aggiustò il tiro.

El Che abbassò gli occhi .

–Sì… rimorso… non mi piace questa parola, ma credo che sia la parola giusta per identificare quello che provo. –

-Verso di chi, Che? – mi sentivo una ragazzina che chiedeva a suo padre di svelarle un segreto meraviglioso, del quale solo lei poteva venire a conoscenza. Non avevo alcun dubbio che mi avrebbe risposto.

-Verso una donna. Una donna che mi amava e che non si meritava tutto il dolore che le ho dato.-

-Nessuno “se merita” el dolore, Che. –disse Miàl accarezzandosi una spalla.

-No, hai ragione, Miàl, nessuno si merita il dolore. Ma alcuni se lo meritano meno di altri. – la mascella di Ernesto si strinse, così come la sua mano intorno al suo bicchiere vuoto.

-Perché? Perché non ti sei fermato? Cosa cercavi?- chiesi io.

Lui arricciò le labbra, scosse la testa rimanendo un attimo in silenzio.

-Un’altra strada, forse. O forse volevo sfidare la felicità, non so, davvero… ancora non lo so. Forse volevo solo vedere quanto potevo approfittare di quell’amore, o forse mi ero solo abituato alla grandezza di quell’amore. Alla sua resistenza a tutto e a tutti, alla sua onnipotenza. Poi però non sono più riuscito a tornare indietro, a salvare la cosa bella che avevo in mano.-

Miàl ebbe una smorfia amara .

–Anche nel posto più belo del mundo dopo un poco ce anoiamo, verdad? –

Lui annuì.

-Non hai mai pensato che, semplicemente, quell’amore non ti bastava più? – per me era così chiaro.

Scosse la testa.

-Forse avevi bisogno di altro. Forse eri così abituato a credere in quell’amore senza fine che non ti eri accorto che invece era finito.- incalzavo, non so perché, come se dovessi riuscire per forza a fargli vedere un’altra strada.

-No, non è così, –insisteva testardo, -io l’amavo. Non ho mai smesso un attimo d’amarla, anche mentre stringevo un corpo che non era il suo. E ancora la amo…-i suoi occhi si velarono. Stringeva il bicchiere.

-Perché è così tremendamente importante per te essere convinto d’amarla ancora? Forse perché è l’unica cosa che ti lega a quel paradiso perduto? –

Lui scuoteva la testa furiosamente. Io trascinata da una crudeltà sconosciuta continuavo con i fendenti, sotto gli occhi sgranati di Miàl.

-Riuscire ad accettare di non amare più qualcuno è difficile Ernesto, è più facile accettare che qualcuno che amiamo smetta di amarci piuttosto che prenderci noi la responsabilità della fine di un grande amore.  Ecco perché ancora non ce la fai… non perché la ami ancora, ma perché non sai darti pace del fatto di aver smesso di amare, senza una “buona ragione” una donna che ti amava come ti amava lei.-

Ernesto chiuse gli occhi.  Restò in silenzio, aspettando che le lacrime gli si asciugassero agli angoli degli occhi. Poi, piano, ricominciò a parlare.

-Ho capito una cosa in questi anni. Ho capito che il dolore che proviamo quando qualcuno ci fa soffrire, quello che ci danno gli altri, è come il vino bianco buttato nella padella per ‘sfumare’ la carne o il riso… appena lo butti fa un gran rumore, uno sfrigolìo forte e anche un forte odore, a volte fa addirittura una violenta fiammata… ma poi sfuma, piano piano evapora, lasciando solo un gusto sottile e un odore caratteristico, di sottofondo, al piatto che stai cucinando. Quella pietanza ha il sapore che ha, solo perché è stato sfumato con quel bicchiere di vino, altrimenti avrebbe avuto un altro sapore, mi spiego? –

Io e Miàl annuimmo in silenzio.

-Proprio come il dolore che sentiamo quando qualcuno ci fa male. Quando ci feriscono, quando ci tradiscono o ci deludono, lì per lì sembra che il dolore non debba passare mai più. Fa un rumore assordante, pensiamo che non ne usciremo mai più o per lo meno non ne usciremo vivi! Poi invece, con il tempo, giorno dopo giorno, questo dolore sfuma, come il vino. Piano piano evapora con le nostre lacrime e lascia un segno nella nostra vita, una consapevolezza profonda, una forza distintiva, un segno che ci ha cambiato la vita e siamo persone diverse, grazie a quel segno, a quel ‘getto di vino’ o ‘divino’, se volete… -un sorriso amaro piegò le sue labbra.

-Poi invece, c’è il sale. –continuò.

Io e Miàl ci guardammo allargando gli occhi. Ecco. Il sale…

-Il sale è il dolore che dai. Il dolore che provochi a qualcuno, o anche a te stesso, con una tua scelta più o meno consapevole. Voi sapete che il sale è un elemento essenziale in cucina, senza sale nulla sa di nulla. Ma sbagliare la dose e metterne troppo… butti il piatto. Troppo sale in un piatto e non c’è più nulla da fare. L’equilibrio è rotto. La magia sfumata. Non c’è modo di togliere il sale, non c’è modo. –

Io e Miàl pensavamo ognuno alla sua vita, ai dolori dati e sofferti, a quell’uomo davanti che non potevamo aiutare.

-Quando sei consapevole di aver dato ‘troppo’ dolore, non ti riprendi più. Rimane in te una parte lacerata, rotta, vuota. Il paradosso, poi, è che la persona che ha subito, la parte lesa, supererà prima o poi questo dolore e magari ne uscirà più bella e più forte… ma tu no. Tu che l’hai dato, quel dolore, non puoi superarlo. Vivrai con quella orma di sale troppo profonda. Hai rovinato il tuo capolavoro. Hai buttato tutto. Hai esagerato. E anche se volessi non hai la possibilità di ricominciare da capo il tuo piatto. E comunque, non sarebbe mai più lo stesso piatto. –

Si alzò. Si slacciò il grembiule e lo lanciò sull’attaccapanni. 

-Buonanotte ragazzi. –biascicò El Che infilando la porta, alzando il dorso della mano in segno di saluto.

Tratto da Come il Sale – A. Puglielli, 2013

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...