I Clochard Aziendali

A chiunque abbia lavorato in una azienda prima o poi è successo di aver vissuto un tunnel di ombra e di oblio. Ad alcuni capita di subire un demansionamento immotivato, alcuni vengono privati del lavoro, alcuni allontanati fisicamente dal posto di lavoro, altri ancora completamente dimenticati. Queste vicende vengono vissute da chi le subisce come un lutto, un tradimento, un dolore profondo che non si riesce più a relegare semplicemente alla sfera lavorativa, ma intacca una dimensione profonda del nostro essere che si ritrova immerso in una solitudine e una disperazione che gli altri hanno difficoltà a capire.

«Io lo so che devo rialzarmi, che devo far fronte a questa cosa. A volte penso con orgoglio che ”non mi avranno”. Non voglio più passare, non dico ore, ma nemmeno cinque minuti sveglia di notte, con il groppo alla gola e le lacrime agli occhi pensando che sono una fallita. Non ce la faccio più ad andare lì la mattina, a vestirmi, a preparami sapendo che mi aspetta solo il nulla. E’ ormai troppo tempo che combatto per rimanere sana di mente. Ho finito le munizioni, qualcuno mi aiuti.» Singhiozzò un poco, poi riprese in tono sommesso. copertina libro«Faccio sempre molta fatica ad addormentarmi la sera. Se i bambini chiamano per l’acqua non mi riaddormento più, e i pensieri tornano al cervello come lupi ringhiosi e mi sbranano l’anima. E nel mio petto ricomincia il tumulto, il rancore che ho per loro che non si accorgono di me, o che forse di me non sanno che farsene. Perché? Perché lì a marcire? Possibile? In una azienda così grande, possibile che non ci sia un ruolo dignitoso per uno che ha voglia di fare? E’ cattiva volontà? Ho fatto qualcosa di sbagliato? O forse è solamente il mio trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato? L’ansia cresce, arrivano le lacrime di rabbia, di dolore, e solo molto tempo dopo riesco a prender sonno. La mattina mi alzo che sono uno straccio e il pensiero di tornare in quella stanza vuota mi dà le palpitazioni. Pensare di andare a buttare la mia giornata mi dà la nausea. Il pensare che a quelli non gliene frega niente se io mi bevo il cervello perché non ho da lavorare mi dà una rabbia… che provo la voglia di picchiare qualcuno, ha presente, dottore? Vorrei torturarli, schiacciagli la testa con il tacco della scarpa chiodata…. oppure semplicemente sbatterli al centralino con il turno di otto ore in un’azienda i cui telefoni non squillano mai.»

Il lavoro è una dimensione fondamentale per la nostra realizzazione personale ma il rischio che corriamo è quello di identificarci con esso e soprattutto con il ruolo che, in quel momento, qualcuno ci ha assegnato. Chissà perché, prima di entrare in un’azienda siamo semplicemente una persona, con tutti i limiti e le forze del caso, quando poi entriamo a far parte di un “sistema azienda” e arriviamo a posizioni gerarchicamente alte e visibili ci trasformiamo come per incanto nel ruolo che c’è scritto sul nostro biglietto da visita. E’ quello diventa il nostro valore. Deleghiamo la misura del nostro valore al sistema azienda. Se arrivo in alto è perché valgo tanto, e se valgo tanto per questa azienda allora valgo tanto per l’intero mondo lì fuori. Ci convinciamo di questo. Così, di contro, se per qualche ragione veniamo messi da parte in azienda, alla lunga il nostro io si frantuma. Se non valgo per loro allora forse non valgo per nessuno. Forse hanno ragione loro… e, soffrendo profondamente, perdiamo il contatto con la realtà. Nella loro assurda crudeltà, i meccanismi aziendali arrivano a maciullare la psiche del lavoratore in ingranaggi spregiudicati, spingendo il lavoratore fino al limite della sopportazione, facendolo sentire un clochard aziendale, gente che vive sui cartoni ai margini dei corridoi che contano quando un tempo quei corridoi li calpestava con le Todds.

Piano piano però si arriva a capire che questi meccanismi sono insiti nella natura delle aziende e, benché spesso criticabili, sono sistemi di autoprotezione attraverso i quali il Sistema Azienda  garantisce e preserva la propria esistenza in vita e il suo buon funzionamento. Riusciamo a capire piano piano che l’azienda non ce l’ha con noi, che non è affatto una questione personale, siamo solo piccoli ingranaggi che ad un certo punto sono andati in corto circuito. Siamo solo piccoli black-out nel sistema.

Rimane comunque il fatto che ritirarsi su e mettere a fuoco che noi non siamo il nostro biglietto da visita è difficile.

Riappropriarci della nostra serenità rendendoci conto che l’Azienda non è l’intera società è dura.

Ritrovare la fiducia in noi stessi e l’autostima capendo che l’Azienda non è né nostra madre che ci ha tradito né nostro padre che non ci ha abbandonato non è per nulla facile.

Fare a meno del successo e della visibilità quando si è abituati a cibarsene tutti i giorni è uno sforzo micidiale.

Ricostruirsi una sfera valoriale sana è impresa ardua.

Ma è possibile. Otilia ci è riuscita anche così:

«Faccio finta di lavorare in un Ospedale Psichiatrico per casi disperati. Adesso la mattina quando entro in ufficio, mi tolgo il giaccone e faccio finta di infilarmi il camice bianco, stetoscopio intorno al collo e, voilà, l’ER psichiatrico. Voglio dire, stamattina, per esempio, percorrendo il corridoio mi sono imbattuta in due uomini e una donna. Di questi, uno è dirigente (ha infatti nella sua stanza il tavolo tondo e la pianta vera), l’altro è in fieri (attende di diventarlo; gli hanno sistemato nella stanza un tavolo rettangolare e un ficus di plastica) e l’altra è in pectore… spera che la facciano prima o poi dirigente e quindi si è portata alcuni potus da casa e un piccolo tavolinetto pieghevole dell’IKEA. Comunque la sua è una speranza vana, l’azienda preferisce ai posti di comando un uomo totalmente incapace a una donna mediocre.

Insomma, Dottore, fatto sta, erano tutti carini, tutti e tre in abito grigio, cravatta a pois per gli ometti e filo di perle e mezzo tacco per la femminuccia. Tutti molto compresi nel ruolo parlavano di strategie, sussurrandosi segreti industriali immagino, perché quando sono passata la loro voce si è abbassata; aspettando di vedermi sparire in fondo al corridoio prima di ricominciare a sussurrare.

Pensa che fossero personaggi chiave dell’azienda? Nossignore.

Nuova classe dirigente? Nient’affatto.

MITOMANI, ecco cosa sono. Persone affette da una grave forma di schizofrenia. Credono infatti di far parte del manàgement (accento tonico sulla seconda a, per favore, sennò loro non lo capiscono) di una grande azienda e non sanno di essere solo dei poveri ricoverati a lunga degenza. E’ molto triste, così giovani e già così malati.»

E quando saremo fuori da quel tunnel ci scopriremo persone diverse. Saremo tornate, orgogliosamente, semplicemente delle Persone che non torneranno mai più ad essere Manager.

Saremo pronti, se ce lo chiederanno, a giocare nuovi ruoli sì, ma senza dimenticare mai che è tutto un gioco, una finzione perfetta. Un inutile e perfido Truman Show.

I Malamanager – A. Puglielli, IacobelliEditore

http://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2009/02/04/news/manager_nel_labirinto_morale_su_miolibro_vince_il_lavoro-140912994/?ref=search

 

2 pensieri riguardo “I Clochard Aziendali

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