La Sindrome di Mazzarò

Una mia collega ieri mi ha chiesto con un filo di voce: “Come si fa a andare avanti dopo una roba così?”

Avrei voluto chiederle “Perché lo chiedi a me? Ho la faccia di una che ci è passata?” Mi sono domandata cosa del mio viso sempre allegro tradiva quella cicatrice. Un attimo dopo ho realizzato che lo chiedeva a sé stessa, aspettandosi la risposta da me. Io sono rimasta in silenzio, girando il mio caffè amaro, fissando la paletta di plastica mentre faceva il suo lavoro inutile.

Con “una roba così” si riferiva ad una perdita. Una perdita grande. Di quelle per sempre.

La perdita di un partner, la perdita di un figlio, nato e non. La perdita di un di un progetto di vita, la perdita di un sogno, di genitore speciale. La perdita, insomma. Il dover fare senza.

IMG_1379La perdita è un tunnel che ti toglie le forze. E’ un tapis roulant che ti fa camminare, camminare e camminare, e tu credi di essere andato avanti, di esserti mosso, di aver fatto progressi per sentirti meglio… e invece la mattina ti svegli e ti ritrovi più indietro di quando sei andato a letto.

La perdita è Il Giorno della Marmotta, ogni giorno uguale all’altro, tutti opachi, tutti asettici, tutti ovattati.  Tutti inutili. Si va avanti perché si deve. Perché non se ne può fare a meno. Perché dobbiamo prenderci cura di altre persone e quindi dobbiamo funzionare.

La perdita ti fa camminare per strada sentendoti un pugile suonato, guardi la gente che ti passa accanto e non la vedi, senti le voci ma non capisci il senso delle parole, fai le cose di sempre e non ne vedi più l’utilità. E sai, sei sicuro, strasicuro, che ormai tutto sarà così per sempre.

Poi però…all’improvviso dentro di te succede qualcosa. Capisci che devi lasciar andare. Che devi mollare la presa. Che un senso ci sarà a per tutta quella devastazione, ma lo scoprirai in futuro. Capisci che devi alzare le mani e arrenderti. E sentire il vento tra le dita, ad occhi chiusi. Capisci che la vita non ti ha tolto qualcosa ma ti ha “semplicemente” indirizzato da un’altra parte. E quel qualcosa non è perso ma già conquistato e ormai archiviato tra i tuoi trofei. Un’esperienza regalata ma pagata con l’addio. Intuisci che la vita ti chiama a vivere altro. A continuare a camminare. Intuisci che la vita non toglie nulla ma alza l’asticella, e ti spinge a forza verso altri obiettivi, altri lavori su te stesso, altre spiagge.  E’ tempo di riprendere il mare aperto. E questo non ti piace… ma tant’è!

IMG_1316Capisci, non so come, che quello che hai perso, non ce l’hai più semplicemente perché non potevi portartelo dietro, perché non era più funzionale al tuo percorso (benché ti piacesse tanto). Capisci che quello che hai perso ti sta guardando da lontano e che è fiero di te e della tua caparbia voglia di andare avanti, di vivere senza sopravvivere.

Capisci che non puoi portare tutto con te fino alla fine del giro di giostra. E che solo di rado sei tu a decidere cosa lasciare e cosa no. Capisci che devi mollare “la roba”.

E capisci, finalmente dopo anni, tutto lo strazio del povero Mazzarò raccontato da Giovanni Verga ne “La roba” e ti senti un nuovo socio del suo stesso Club.

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