Riscriviamo le Nostre Storie

C’è una grande differenza tra il Chiedere Scusa e Riconciliarsi. Tutti quanti, mi correggo, molti di noi, sanno chiedere scusa ma Riconciliarsi davvero è una storia tutta diversa.
Il chiedere scusa è un’azione che va DA noi VERSO qualcuno. E’ un’azione che si esplicita all’esterno di noi, che ha una valenza sociale oltre che privata. Chiedere scusa è una AZIONE che ha bisogno di parole.

Riconciliarsi è il MOVIMENTO interiore che avviene dentro di noi e, e che sentiamo, vediamo, sperimentiamo da soli nella nostra profondità. E’ un movimento silente, che non necessita parole.
Ma spesso chiediamo scusa senza riconciliarci veramente. Troppo spesso diciamo di aver perdonato senza esserci riconciliati davvero. Personalmente non so la differenza tra Perdono e Riconciliazione, so solo che la parola Perdono è troppo grande per essere usata da un essere umano. Si dice che Perdonare è DIVINO e quindi, in quanto umana, non mi appartiene. La riconciliazione però è alla nostra portata, sebbene ci voglia parecchio lavoro interiore. Riconciliarsi con qualcuno che ci ha ferito, calpestato o abbandonato è un passo non solo auspicabile ma assolutamente NECESSARIO per la nostra salute mentale e fisica.

imagesRiconciliarsi non vuol dire dimenticare. Non vuol dire far finta di niente, non vuol dire “buttare dietro”. Vuol dire SUPERARE il dolore della ferita inflittaci. Vuol dire ricordare quella ferita senza rancore, senza dolore, senza astio. Vuol dire accettare il corso delle cose, la natura della persona che ci ha ferito, le motivazioni per cui l’ha fatto, la sua libertà di farlo, pur mantenendo il nostro giudizio critico e morale su quella persona.

Non per questo dobbiamo e possiamo sempre riavvicinarci a chi ci ha ferito, spesso infatti rimaniamo istintivamente a debita distanza un po’ per autodifesa e un po’ perché quel canyon interiore che l’altra persona ci ha scavato resterà dentro di noi per sempre. Però nel nostro allontanamento possiamo portarci dietro tutto il bello che abbiamo avuto, o solo immaginato di avere, con quella persona. A volte, possiamo affidarci all’immaginazione e costruirci un film di come sarebbe stato se tutto fosse filato liscio come avrebbe dovuto. E’ un po’ come sognare.

charliebrownRicordare il bello ci aiuta a mettere su quel ricordo delle pennellate di colori positivi. Le belle emozioni, sebbene indotte dall’immaginazione, vanno a sedimentarsi sul dolore, una ad una, giorno dopo giorno, fino a lenirlo. Alimentare pensieri dolorosi o rancorosi non ci aiuta mai e ci allontana dalla guarigione interiore.
E’ solo questione di allenamento. Basta cominciare. Io ho cominciato con mio padre. E’ morto nel 2005…ma ancora dopo anni cerco di immaginare come sarebbe stata la nostra vita insieme se ne avessimo avuta una. E allora immagino e costruisco la nostra vita parallela sul mio diario, scrivo di come avrei voluto che fosse andata. Riscrivo la nostra storia. Un po’ perché mi fa star bene e un po’ perché mi piace l’idea che lui, da lassù, capisca che ce l’ho fatta. Mi sono riconciliata con mio padre.

“19 marzo 2014. Festa del papà.

Arrivo in ufficio e accendo il computer. Guardo l’ora. Le 9. Sì sarà già sveglio. Si sveglia presto papà.
Due, tre… cinque squilli. Quando ci mette un po’ di più a rispondere il mio respiro si ferma al terzo squillo per poi riprendere al suono della sua voce. Pronto? con quella sua erre strana, un po’ moscia e un po’ a filo di palato.

  – Buongiorno papà. Tanti auguri! –

  – Auguri de che, ahò? Me voi fà fà ‘nantravorta l’anni? – ride con quella risata cara, pacata, lunga, antica. Che mi fa sentire tranquilla. Protetta. Perché lui c’è e ancora ride. E riderà sempre fino all’ultimo. Perché lui è così. Noi siamo così.

  – E’ la festa del papà oggi, caro il mio papissimissimo. E quindi non solo ti faccio gli auguri…-

  – Graaazie…- mi interrompe lui

  – …ma ti avverto di disporti nell’animo giusto perché stasera ti porto a cena fuori. – Concludo i. 

Silenzio. Papà non sa come dirmelo che non gli va. Io lo so che non gli va. Lui così mondano in gioventù, così sempre attore principale della movida internazionale, adesso non si muove più volentieri. Ama il suo brodino la sera, il suo bicchiere di vino rosso e la sua sigaretta di nascosto.

  – Ah…. sì… ma certo… – indugia, non vuole farmi rimanere male. Vorrebbe tanto stare con me quella sera ma proprio di uscire non gli va. Io capisco tutto e sorrido sulla cornetta.

  – Papà?? –

  – Sssì??…- tentenna

  – Ho capito… Che c’è stasera in TV? –

  – Eh…c’è… – risponde prontamente – … c’è Un Posto al Sole!! Mi piace tanto.- si anima come un ragazzino

  – Va bene, senti, ti andrebbe qualche porcheria colesterolemica che non potresti mangiare assolutamente? Potrei venire io da te e ceniamo insieme guardando Un Posto al Sole, che dici? –

Sento che si rilassa. Conosco il suo tono, il suo respiro, le sue inflessioni che esprimono emozioni. Riesco a vedere le espressioni del suo viso solo sentendo al telefono un sospiro e un colpo di tosse. Io e lui ci siamo amati per telefono. Non potevamo vederci spesso perché… era complicato, ma potevamo sentirci. Adesso che possiamo vederci quando vogliamo perché…non è più complicato, continuiamo però prevalentemente a sentirci, perché ormai siamo abituati così.

  – Sai che m’andrebbe Anna? M’andrebbero ‘mpò de zozzerie de la rosticceria…sai quelle che compravamo quann’eri piccola a Piazza Vescovio? Te ricordi? –

  Mi ricordo papà, mi ricordo. Sono tra i più bei ricordi della mia infanzia. Tanto mi hai tolto ma tanto mi hai lasciato. E l’ago della bilancia è comunque in attivo.

– Bene. Ci penso io… a che ora vengo? –

– Boh! Io sto qua, ‘ndò voi che vado?? Quanno arivi me trovi… Oh! Anna… –

– Dimmi papà. –

– Che me porti pure ‘mpò de lambrusco?? e pure er casareccio salato… me raccomanno nun me portà quello sciapo che quello nun è pane! Capito? –

Sorrido

– Sì, papà lo so, lo so… quello salato. Sì, pure il lambrusco, va bene, ci vediamo verso le otto, se serve che porto altro mandami un messaggio. –

– Ma che messaggio! faccio prima a chiamatte, no? Che co ‘staggeggi ‘nce capisco gnente! –

– Va bene, ciao papà… – sto per mettere giù

– Ahò, Anna… – urla appena in tempo

– Dimmi…- riporto la cornetta sull’orecchio

  – … – silenzio

– Dimmi papà, che c’è? – so già quello che vuole dirmi, ma mi piace troppo sentirglielo dire con quel tono complice e misterioso.

– … e portame le sigarette…-

Lo adoro. Non vedo l’ora che venga stasera. Per abbracciarlo forte e stringerlo a me. E dirgli che gli voglio bene. Che non ho smesso mai un attimo di volergli bene. E che nulla è successo. Che siamo sempre stati insieme. E che arriveremo insieme alla fine.

Buona Festa del Papà, papà.”

Sarebbe stato bello. Proprio bellissimo.

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